Sahar Delijani

Sahar Delijani

Sahar Delijani è nata in Iran ed è cresciuta in California. Il suo romanzo di esordio, L’Albero dei Fiori Viola, sarà pubblicato nella primavera del 2013 in 74 Paesi e in 27 lingue.

 

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virgoletteSet in post-revolutionary Iran, Delijani’s gripping novel is a blistering indictment of tyranny, a poignant tribute to those who bear the scars of it, and a celebration of the human’s heart’s eternal yearning for freedom.

Khaled Hosseini

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L’Albero dei Fiori Viola

Ambientata nell’Iran post-rivoluzionario e narrata da punti di vista diversi e interconnessi, L’Albero dei Fiori Viola è una storia profondamente personale, che dà voce agli uomini, alle donne e ai bambini che vinsero una guerra solo per trovare la loro vita—e quella dei loro discendenti—messa a repentaglio dalle conseguenze della vittoria.
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1983
La cella, le cui mura luccicavano da tante erano le teste e le schiene che negli anni vi si erano appoggiate, si riempì di brusii concitati. Era l’eccitazione speciale di quando la vita sta per cambiare forma.
Frementi per l’entusiasmo, le detenute aspettavano l’arrivo della neonata. Avevano ripulito ogni cosa, strofinato le pareti, lavato i tappeti. Quel giorno, per timore di sollevare polvere, vigeva il divieto assoluto di fare ginnastica. Un mucchietto di foglie portate in cortile dal vento era stato raccolto e sistemato in un contenitore di alluminio. Le sbarre di ferro proiettavano spessi fasci d’ombra sul foulard giallo limone appeso davanti alla finestra a mo’ di tenda.
Le facce di solito tristi e pallide erano raggianti al pensiero di quello che stava per accadere. Non era il giorno della doccia, ma decisero di farsi belle lo stesso, e cantando s’intrecciarono i capelli a vicenda.
Nemmeno Firoozeh riusciva a contenere la felicità. A malapena rivolgeva la parola alle Sorelle. Invece, a chiunque fosse disposto ad ascoltarla, parlava di Donya, sua figlia. Raccontava di averla affidata ai suoi genitori il giorno in cui era stata arrestata, delle lacrime che versava ogni notte al pensiero della sua lontananza. Una volta uscita di prigione, avrebbe lasciato il Paese insieme a Donya. Partire senza mai guardarsi indietro, diceva aggrottando la fronte come se le fosse tornato in mente un brutto sogno.
Nell’udire un rumore di passi e il pianto di un neonato, corsero tutte verso la porta. Ridevano, applaudivano, si davano pacche sulle spalle. Quando la porta si aprì e Azar entrò con la bimba infagottata, proruppero in grida di gioia come quelle che si sentono ai matrimoni. La Sorella fece la faccia torva e ordinò loro di stare zitte.
Azar rise, rise nel vedere le donne vestite a festa, le pareti linde, il foulard trasformato in tenda. Il suo corpo vibrava delle grida di esultanza delle compagne. Circondata da tanta felicità, dimenticò tutto. Dimenticò lo sguardo severo e penetrante di sua figlia. Dimenticò il dolore, le viscere ferite, la paura e il senso di colpa. Si sentì all’improvviso, inaspettatamente, a casa.
La bimba passò da un abbraccio all’altro. I corpi si riscaldavano nello stringerla, tutte desideravano poterla cullare ancora un po’, tutte esitavano a consegnarla nelle mani affamate delle compagne. Mani ansiose di afferrarla.
Di aggrapparsi a lei.
Poi videro che era nuda dentro quella coperta ruvida e trasalirono. Ma non dissero nulla. Le tolsero la coperta di dosso e la avvolsero in un morbido chador stampato a minuscole margherite.
Guardarono la piccola e poi gli occhi di Azar. Riuscivano ancora a vedere la paura appesa alle sue ciglia, l’incredulità sulle labbra screpolate: sua figlia era viva, lei era viva.
Portarono la ciotola di acqua fresca che avevano messo da parte accanto al lettino di foglie e lavarono il viso di Azar.
«È tutto passato, ora» dicevano accarezzandole le mani. «Ora sei al sicuro. Sei con noi.»
Le massaggiarono le spalle. Chiusero gli occhi per non vedere la ferita che aveva dentro.
«Come si chiama?» chiese Marzieh, la più giovane di tutte, prendendo con cautela la piccola dalle braccia di Firoozeh.
Azar fece un respiro profondo. «Neda» disse e d’istinto giunse le mani.
Erano sedute a guardare il fazzoletto bianco che si sollevava e ricadeva al ritmo del respiro di Neda. In un angolo della cella, Firoozeh faceva ginnastica: saltellava, sforbiciava gambe e braccia, tutta rossa in viso. C’era poca aria nella cella, e lei aveva il fiatone.
Azar aveva messo il fazzoletto sulla faccia della bimba per non farle respirare la polvere sollevata da Firoozeh.
«Sono sicura che organizzeranno un incontro con tuo marito prima di mandarla via» disse Marzieh con voce sognante, alzando gli occhi verdi sui pochi vestitini stesi ad asciugare su una corda.
Era passato quasi un mese. Il viso della bimba stava pian piano perdendo il colorito rosa acceso della nascita. Le rughe si stavano spianando. Lo sguardo acquistava nuove sfumature. E il latte di Azar, inizialmente acquoso, adesso era più denso.
Azar godeva della sua nuova condizione di madre. Portava i seni gonfi con orgoglio. Persino nella stanza degli interrogatori provava un brivido di piacere quando sentiva i capezzoli pizzicare e il seno inturgidirsi. Quasi che il latte potesse proteggerla, renderla invincibile. Il liquido caldo le colava fin sulla pancia, mentre l’uomo che la interrogava ripeteva le stesse domande in ordine sempre diverso per farla cadere in contraddizione, per coglierla in fallo. Ma Azar lo ascoltava a malapena. Si abbandonava al calore del proprio corpo, che aspettava solo di potersi ricongiungere con quello della bimba, dolce e appiccicoso come il nettare di un albero.
Per le altre detenute, Neda era diventata la principale distrazione. Non ne avevano mai abbastanza di lei. L’ammiravano con occhi intrisi di solitudine e bocche piene di complimenti. Si raccoglievano attorno a lei come fosse un santuario. Chiedevano di poterla tenere in braccio, di poter vegliare su di lei quando dormiva, di poterle pulire la bocca quando starnutiva.
Nella cella la vita era cambiata. Ruotava attorno alla bambina. E quanto più Neda rimaneva fra loro, tanto più le prigioniere si organizzavano. Le facevano vestitini usando la stoffa dei loro chador. Crescerà così in fretta nei primi mesi, vedrai, dicevano. Esentavano Azar dallo sciacquare i piatti perché avesse il tempo di lavare i pannolini. Facevano il bagno alla piccola nel catino dell’acqua calda. Le leggevano le lettere che avevano ricevuto. Giocavano con lei. Le cantavano canzoni.
Tutte vivevano nel terrore di essere trasferite in un’altra cella o in un altro carcere. Non volevano lasciare quel posto dove la voce di una bambina squillava come una sirena di vita. Il loro mondo era tutt’uno con i suoi respiri e le sue pappe, con il suo succhiare e il suo svuotarsi. Il loro mondo ora aveva un significato. Non era più un buco nero.
Ma sapevano che non sarebbe durata a lungo. Ogni giorno poteva essere l’ultimo. Lo sapevano. Lo sapeva anche Azar.
La bimba non le apparteneva. Avrebbero potuto portargliela via quello stesso giorno. Doveva farsi trovare pronta. Ma come?
«Forse ti concederanno di portarla dai tuoi genitori. Avrai un giorno di permesso e potrai lasciarla a loro» disse una delle compagne giocherellando con un bottone allentato della camicia.
Azar sorrise scettica e triste, e intanto ascoltava il ciabattare delle infradito nel corridoio, il fruscio dei chador e le chiacchiere delle Sorelle oltre la porta.
«Non succederà niente di tutto questo» disse, cercando di dominare l’emozione. «Quando penseranno che ho trascorso abbastanza tempo con lei, apriranno la porta, giusto tanto così, e la porteranno via.» Aprì di poco le mani per mostrare quanto stretto sarebbe stato quello spiraglio.
Borbottii di protesta si diffusero nella stanza. Azar, sempre così pessimista.
Da sotto il fazzoletto, Neda fece un piccolo verso e mosse la testa. Tutte le donne si girarono a guardarla. Si era svegliata.
Era passata un’altra settimana e ancora Azar non aveva saputo niente riguardo a Neda. Non era stata chiamata nell’ufficio della Sorella. Si sentiva leggera, in grado di affrontare qualsiasi cosa. Forse non le avrebbero tolto la bambina. Non c’era nulla di male a sperare, dopotutto. Ricominciò a cucire vestitini e su uno ricamò una bambina in un campo di fiori. Riprese a indossare la sua camicia con i fiori gialli e rosa, dai colori così luminosi che sembravano brillare anche di notte, e a ballare il lezgi battendo forte i piedi per terra, con i fiori gialli e rosa che rimbalzavano su e giù al ritmo del battito delle mani delle compagne. I fiori sembravano prendere vita, insieme alle sue guance rosse, agli occhi neri e ai folti capelli ondulati. Tutte dicevano che in quei momenti era bellissima.
Azar si offrì di tagliare i capelli alle altre, usando le forbici che avevano a disposizione per un’ora soltanto una volta ogni due o tre settimane. Stranamente, le Sorelle non si preoccupavano che le detenute potessero usarle per ferirsi o magari per togliersi la vita. Non gliene sarebbe importato nulla, se qualcuna si fosse uccisa. Anzi, il loro lavoro sarebbe stato più facile: una prigioniera in meno di cui occuparsi. E le detenute lo sapevano. Ecco perché nessuna usava le forbici contro se stessa. Non volevano dare quella soddisfazione alle Sorelle.
La prima a cui Azar tagliò i capelli fu Marzieh, poi fu il turno di una ragazza che poco dopo venne trasferita in un’altra cella. Azar si sforzava di imitare il modo in cui sua sorella, una parrucchiera, teneva le ciocche tra due dita ben tese e le accompagnava incontro alle lame. Non c’erano specchi in carcere. Le compagne di cella potevano solo fidarsi di lei. Poi un giorno Firoozeh chiese ad Azar di tagliarle i capelli.
Azar avrebbe preferito non farlo. Sapeva che Firoozeh aveva fatto la spia sul suo conto, quando lei era ancora incinta: aveva detto alle Sorelle di averla vista ballare il lezgi. In prigione non era consentito ballare. Le donne dovevano pregare e basta, non mettersi a sgambettare e saltare al ritmo di una musica che esisteva solo nelle loro teste.
Come punizione, Azar era stata portata sul tetto, dove era rimasta per ore in piedi sotto la pioggia. La pioggia doveva lavarle di dosso la musica e purificare la creatura che portava in grembo. La pioggia le avrebbe fatto capire che il carcere non era il luogo adatto per rievocare i ricordi d’infanzia. Quel giorno Azar aveva giurato che non avrebbe mai più avuto nulla a che fare con Firoozeh. Eppure persino lei era cambiata dopo l’arrivo della bambina, e in fondo, pensò Azar, che senso aveva serbare rancore nella situazione in cui erano?
Firoozeh prese posto sulla sedia al centro del pavimento umido e sporco del bagno. Azar era in piedi alle sue spalle con le forbici in mano, e guardava la spessa treccia sinuosa che arrivava a sfiorare il fondoschiena della compagna. Azar non aveva nemmeno un pettine.
Dopo un momento di esitazione, posizionò le forbici nel punto in cui cominciava la treccia, all’altezza della nuca di Firoozeh, e le fece scattare. Invece del rumore secco che si era aspettata, si udì il debole stridio delle lame che invano si sforzavano di farsi strada tra i capelli intrecciati. Azar aprì e chiuse di nuovo le forbici, ma la treccia era più forte. Invece di lasciarsi recidere, si disfaceva, sottraendosi al timido tocco delle lame. Azar provò di nuovo, aprì e chiuse le forbici, finché i capelli schizzarono tutto attorno e sulla testa di Firoozeh non rimasero due sole ciocche della stessa lunghezza. Allora Azar si rese conto che avrebbe dovuto sciogliere la treccia prima di cominciare a tagliare. Ma ormai era troppo tardi. Continuò a tagliare finché mezza treccia, monca e arruffata, non si staccò. Alzò lo sguardo. Le faceva male il polso. Le compagne di cella osservavano in silenzio. Firoozeh era l’unica a non essersi accorta dello scempio che Azar stava compiendo. La lampadina sopra le loro teste conferiva ai visi un pallore mortale.
Azar guardò la treccia che penzolava dalla testa di Firoozeh. Sfilò dalle forbici i ciuffi di capelli recisi e si rimise al lavoro. Si accanì con disperata determinazione, come se stesse cercando di rianimare un bambino. Quando anche l’ultimo pezzo di treccia cadde a terra, nella cella il silenzio si fece assoluto. I ciuffi superstiti sulla testa di Firoozeh sparavano in tutte le direzioni. Azar cercò di sistemarli tagliando ancora qua e là, ma non faceva che peggiorare la situazione. Si arrese. Non ci sono specchi qui, pensò, cercando di consolarsi.
«Come sto?» chiese Firoozeh, guardandosi intorno con gli occhi sgranati.
«È un taglio moderno» provò a sdrammatizzare Azar. In fondo erano in prigione. Che importanza può mai avere un taglio di capelli?
Nessuna parlava. Gli occhi delle donne si spostavano da Azar a Firoozeh, da Firoozeh ad Azar. Fu allora che Marzieh, con Neda addormentata in braccio, scoppiò in una risata fortissima che andò a schiantarsi contro il soffitto e ricadde su di loro come polvere da sparo. Tutte la guardarono, stupefatte. Ma Marzieh rideva, rideva, e la sua risata, come la miccia che innesca una reazione a catena, contagiò le altre detenute, che a loro volta risero fino a restare senza fiato. Un turbine di risate, scatenato, selvaggio.
Firoozeh le guardava esterrefatta. «Perché ridete?» chiese, toccandosi i capelli.
«Come taglio è un po’ disordinato» disse Azar, ridacchiando anche lei. Specchio o no, probabilmente era meglio dirle la verità. «Ma va di moda» insisté.
«Che cosa?!» Firoozeh si girò di scatto. Balzò in piedi come se volesse avventarsi su Azar, le narici dilatate dalla furia. Gli occhi sembravano ancora più grandi del solito. «Che cosa hai fatto? Che cosa mi hai fatto?» gridava. Afferrò Azar per le spalle e cominciò a scuoterla.
Azar si irrigidì. Sentì una vampata di calore salirle al volto. Le risate s’interruppero di colpo. Adesso le donne guardavano la scena con apprensione. Azar provò a dire qualcosa, una cosa qualsiasi per consolare Firoozeh, per convincerla a lasciarla andare.
A quel punto Parisa arrivò quasi di corsa e posò una mano sulla spalla di Firoozeh. «Calmati, Firoozi. Non è niente. Lasciala.»
Firoozeh fissava Azar con rabbia e non mollava la presa. Azar sentiva il suo fiato sul viso.
«Lasciala» ripeté Parisa.
«Sono solo un po’ irregolari» mormorò Azar, cercando di fare un passo indietro.
Stringeva le forbici come se volesse usarle per aprirsi un varco nelle pareti del bagno. «Avrei dovuto sciogliere prima la treccia. Mi dispiace.»
Col viso paonazzo e senza staccarle gli occhi di dosso, Firoozeh lasciò andare Azar. C’era qualcosa di esasperato, di imprevedibile, nello sguardo di Firoozeh. Parisa tolse la mano dalla sua spalla, ma non si allontanò.
«Mi dispiace» ripeté Azar con la voce tesa e la gola che le pulsava. Guardò Parisa come per scusarsi anche con lei. «Non era mia intenzione combinare un pasticcio.»
«Sono solo capelli» disse Parisa. «Ricresceranno.»
Firoozeh non le ascoltava, continuava a toccarsi la testa. Rimase immobile per qualche secondo senza guardare Azar. Prima di uscire dal bagno, le strappò le forbici di mano.
Le donne vestite di grigio fissavano Azar con occhi ansiosi. Il rumore di un rubinetto che perdeva riempiva l’aria. Parisa le guardò una a una e, con un sorriso triste, seguì Firoozeh fuori dal bagno.
Azar si svegliò di soprassalto. Aveva sete e la sua lingua era secca come un pezzo d’argilla. Era mattina presto. La luce argentata dell’alba penetrava nell’angusta cella attraverso il chador giallo, scendeva sulle pareti nude e sulle sagome irregolari rannicchiate l’una accanto all’altra sul pavimento. Ancora pochi istanti e i primi raggi di sole sarebbero arrivati a lambire la porta di ferro, che come sempre era chiusa a chiave. Azar si girò su un fianco e posò una mano sul corpo caldo di Neda. Dopo essersi assicurata che la bambina dormiva e respirava normalmente, si trasse a sedere. Strizzò gli occhi nel tentativo di individuare Firoozeh. E se avesse deciso di vendicarsi? Se avesse dato un calcio a Neda, se le avesse schiacciato la testa con una pedata?
Erano diverse notti che Azar non dormiva; da quando, dopo il disastro della treccia, gli occhi arrabbiati e vendicativi di Firoozeh le si erano incollati addosso. Ogni notte Azar rimaneva sveglia finché non era sicura che Firoozeh si fosse addormentata. A volte Marzieh le dava il cambio, altre volte Parisa restava di guardia per consentirle di riposare almeno per qualche ora.
Vide Firoozeh in fondo alla cella, vicino alla porta di ferro chiusa, distesa a terra come tutte le altre. Era immobile, accoccolata sotto la coperta. Il suo corpo emanava un senso di stanchezza estrema, le braccia giacevano lungo i fianchi come prive di vita e la testa era buttata all’indietro sul cuscino. Sembrava una vecchia a stento capace di alzarsi e di reggersi in piedi. Era proprio quella sua stanchezza a spaventare Azar, lo sfinimento di chi non ha più niente da perdere, di chi può decidere con noncuranza di fare del male a un altro, oppure di lasciarlo in pace. Imprevedibile è la stanchezza dell’anima.
Azar si appoggiò al cuscino dietro di sé. Rimboccò la coperta a sua figlia. Presto Neda si sarebbe svegliata e avrebbe chiesto da mangiare. I minuti scorrevano lenti. Azar aspettava con impazienza che Neda si svegliasse per offrirle i seni pieni di latte, quel latte che già le bagnava la camicia. Ogni volta che la bambina dormiva, Azar non vedeva l’ora che riaprisse gli occhi. Non c’era niente che la facesse sentire sicura come tenerla tra le braccia, quando le labbra della bimba, dopo qualche istante di famelica e ansiosa ricerca, agganciavano il capezzolo e cominciavano a succhiare con forza. Azar viveva nell’attesa di quei momenti.
Il respiro regolare delle compagne riempiva la stanza. Firoozeh non si era mossa. Azar si distese, e con delicatezza allungò il braccio a proteggere la piccola testa di Neda.
Il giorno in cui Azar fu convocata nell’ufficio della Sorella, il cielo era nuvoloso. La preghiera del pomeriggio era finita da poco e il pezzo di cielo oltre la finestra dell’ufficio era grigio, coperto. La finestra non aveva tende. Nella stanza c’erano una scrivania, una sedia e la foto del Leader Supremo con la lunga barba bianca appesa al muro. Alle spalle della Sorella armadi pieni di carte, documenti, fascicoli, ognuno con la sua vita e con la sua storia. Firoozeh ha finalmente deciso di vendicarsi, pensò Azar. Sentì in lontananza lo stridulo verso di un corvo. Una mosca ronzava sul davanzale. Perché me la vogliono portare via? Ho ancora il latte.
Una farfallina bianca entrò nella cella attraverso le sbarre della finestra. Azar la osservò svolazzare in giro per un po’. La farfalla veniva dalle montagne, che erano vicinissime. Azar la guardò finché non si posò sul chador giallo.
La cella era vuota. Le altre detenute erano in cortile a godersi qualche minuto di aria fresca. «Io rimango dentro» aveva detto Azar, senza guardarle in faccia. Voleva usare quei pochi momenti di calma per allattare Neda, cosa che fece con un fervore persino maggiore del solito: desiderava dissolversi nel suo latte e finire dritta dentro la bocca di sua figlia, così da rimanere con lei per sempre, senza che le Sorelle o chiunque altro potessero separarle.
Erano passati quattro giorni e ancora non le avevano comunicato quando avrebbero portato via la bambina.
Azar aveva i brividi ogni volta che sentiva il fruscio di un chador, ogni volta che il rumore delle ciabatte si avvicinava alla porta. Anche dopo che il fruscio e le ciabatte si erano allontanati, il suo respiro stentava a ritrovare il ritmo giusto.
L’ansia le faceva scivolare addosso ogni cosa come se fosse sabbia. Non ci vedeva più, non ci sentiva più. Il suo latte aveva una consistenza strana, impalpabile. Il mondo aveva cominciato a perdere la sua realtà. Azar non riusciva più a tenervisi aggrappata. L’unica cosa a cui riusciva ad aggrapparsi era un nuovo giorno. Come se fosse l’ultimo della sua vita. Come se stesse aspettando la morte con un braccio attorno a sua figlia e l’altro attorno a se stessa. Azar respirava ancora, ma presto tutto sarebbe finito.
Mormorii filtravano nella cella attraverso le sbarre della finestra. Azar sapeva di cosa parlavano le altre. Dal giorno in cui era stata nell’ufficio della Sorella, tutte le conversazioni erano diventate sussurri. Sulle detenute era calato un peso che aveva smorzato loro la voce. Stavano sedute in fila lungo i muri bassi, con i capelli sciolti sui visi spigolosi e spenti, la fronte solcata da rughe di sconforto. Non facevano che chiedere Quando? Quando? Era come se qualcosa fosse volato via dal loro corpo, evaporato nell’aria spessa e viziata della cella.
Azar smise di ascoltare i sussurri dolenti che venivano da fuori. Non riusciva a sopportarli. Si concentrò soltanto sul rumore delle labbra di Neda che si muovevano feroci avanti e indietro; guardò il bagliore delicato del giorno sul suo viso, le spesse ciglia scure lungo le palpebre. L’ansia le montò dentro irrefrenabile all’idea di separarsi da lei, del vuoto senza fondo in cui sarebbe precipitata.
Aveva cominciato ad avere incubi in cui Neda piangeva nello scantinato della casa di sua madre. Sola, bagnata, affamata. Nessuno la soccorreva. Nemmeno la nonna. Lo scantinato era buio e freddo e Neda continuava a piangere finché Azar non si svegliava col cuscino zuppo di lacrime.
Sua madre si sarebbe presa cura di Neda? O l’abbandono di Azar l’aveva ferita al punto da impedirle di voler bene alla nipote? Come poteva Azar aspettarsi aiuto dai genitori quando li aveva abbandonati senza farsi alcuno scrupolo? Sarebbero stati capaci di perdonarle tutte le volte che erano andati a cercarla e la sua porta era rimasta chiusa? Azar non aveva nemmeno detto loro di essere incinta. Aveva negato ai suoi genitori l’attesa, la gioia, l’orgoglio di sentirsi partecipi della sua vita. Come potevano aver reagito alla telefonata che li aveva informati della nascita della nipotina? Si erano sentiti felici? Scioccati? Almeno adesso sanno che sono viva, pensò Azar, ma quel pensiero non bastò a rasserenarla. Era divorata dal senso di colpa. Nella testa aveva un turbinio di domande a cui non trovava risposta. Ogni notte gli incubi tornavano, e ogni mattina Azar metteva il cuscino in un angolo ad asciugare.
Azar posò lo sguardo su Neda e vide che si era già riaddormentata e che le labbra si staccavano lentamente dal seno. La vista le si annebbiò e si coprì il volto con la mano. Dentro di lei si ruppe qualcosa che nessuno sarebbe stato in grado di rimettere insieme, mai più. Quando rialzò lo sguardo, la farfalla era sparita.
Pioveva. Non era ancora calata la sera. Nel cortile, le gocce di pioggia battevano sulla tettoia di lamiera. Le donne erano sedute sulle coperte arrotolate e addossate alle pareti. Alcune chiacchieravano a bassa voce scambiandosi ricordi, altre scrivevano lettere ai loro cari o leggevano per l’ennesima volta quella ricevuta dal marito mesi prima; altre ancora fissavano la parete con espressione assente, canticchiando vecchie canzoni sottovoce. In un angolo, piatti e cucchiai di plastica lavati e asciugati erano impilati in ordine uno sopra l’altro. La luce fioca della lampadina cadeva sui vestiti sistemati accanto a ogni giaciglio.
La porta si aprì appena. Qualcuno chiamò il nome di Azar. Lo spiraglio era giusto grande abbastanza perché ci passasse la bimba.
Azar trasalì. Tutti gli sguardi corsero verso la porta. I secondi passavano. Azar rimaneva seduta e ansimava, come se i suoi polmoni avessero smesso all’improvviso di ricevere ossigeno.
Il suo nome risuonò per la seconda volta.
Accanto a lei, Neda emetteva piccoli versi, sembrava cantasse. Azar la prese tra le braccia. Il corpo della bambina era morbido, già più pesante rispetto ai primi giorni, perché stava crescendo bene. Azar avrebbe voluto alzarsi, ma qualcosa la tirava verso il basso, verso terra. Due mani la afferrarono per le spalle e la sollevarono, aiutandola a ritrovare l’equilibrio. Azar fece un passo, poi un altro. Le donne raccolsero le ginocchia al petto mentre Azar sfilava arrancando davanti a loro, il viso segnato da emozioni impossibili da descrivere, da riconoscere.
Un momento le mani tremanti di Azar reggevano un piccolo corpo pieno di vita. L’attimo dopo erano vuote. La Sorella la spinse via e richiuse la porta.
Azar scivolò lungo il muro come una goccia di pioggia sul vetro. La testa si piegò e ricadde sulla spalla. I seni pesanti scivolarono di lato. La camicia era fradicia di latte. Le sue braccia erano vuote. La porta di ferro chiusa a chiave.
Nella stanza regnava il silenzio, il silenzio del lutto. Marzieh e Parisa cercarono di farla alzare in piedi. Avevano il viso arrossato e faticarono a sistemare le braccia flosce di Azar attorno alle proprie spalle. Era pesante come se fosse morta. Il latte le colava sulla pancia. Latte orfano. Latte caldo, appiccicoso, nauseabondo.
Dal fondo della cella, Firoozeh si avvicinò ad Azar con un chador in mano. Sedette accanto a lei, il viso contorto per il dolore, il rimorso o la pena, come se qualcuno la stesse picchiando da dentro. Azar avrebbe voluto allontanarsi, avrebbe voluto attaccarla, prenderla a unghiate. Ma continuava a starsene lì immobile, disfatta.
Una voce si levò nella cella. Una canzone tremante, che parlava di ricordi e di vite sradicate, fatte a pezzi. Non c’erano più alberi dentro di loro. Con delicatezza, Firoozeh sollevò la camicia bagnata di Azar e le legò il chador attorno al seno per fermare il flusso di latte.
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